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Barùmini

BARUMINI, villaggio della Sardegna compreso nel-l’antico dipartimento di Marmilla del giudicato di Arborèa. È presentemente capo-luogo d’uno dei distretti della provincia d’Isili, che contiene Baràdili. Le piazze (Is prazzas), Lunamatrona, Siddi, Sezzu, Tuìli, Turri, Ussana-manna. Includesi nella tappa (uffizio d’insinuazione) di Masullas.

È distante da Gergèi 2 ore e mezzo, da Tuìli 3/4, da Gèsturi altrettanto, dalle Piazze mezz’ora. Scorre vicina al paese la linea della strada reale, che da Cagliari scorge alle parti settentrionali dell’isola per la Barbagia. Le strade sono carreggiabili, sebbene poco comodamente negli inverni umidi. Le case sono circa 300; le contrade larghe, e non tutte irregolari: siccome però non sono selciate, le pioggie le rendon fangose.

La temperatura è moderata d’inverno, alta d’estate. Domina la nebbia e li venti di levante ed austro. L’aria è insalubre: le malattie, che più frequentemente affliggono questi popolani, sono le periodiche, e le pleurisie. L’ordinario corso della vita è al 55.°, ed è raro vedervi persone ottogenarie. Le famiglie (an. 1833) erano 305, il numero degli abitanti 1130. Nascono 40, muojono 30, e soglionsi contrarre circa 10 matrimoni.

Il vestiario è secondo le maniere del Campidano; osservasi però nelle donne molta cura e bella grazia nell’abbigliamento. Gli uomini non significano in alcun modo il duolo, ma le femmine, come è usanza universale nei villaggi della Sardegna, quando rimangan vedove, vestono a bruno o sino a nuove nozze, o alla morte. In tutti i dì festivi, che sia lecito, si celebrano i pubblici balli all’armonia delle zampogne, o d’altro rusticale istromento.

Delle arti meccaniche quelle solamente sono esercitate, che rispondono alle prime necessità e comodità della vita, ed ai bisogni dell’agricoltura. In ogni casa è armato un telajo, ma non vi si lavora più di quanto domandi il privato bisogno. Vi è un consiglio per l’amministrazione delle cose comuni, una giunta locale per lo governo dell’azienda agraria, ed una scuola normale frequentata da circa 25 fanciulli.

Soggiace questa parrocchia alla giurisdizione del-l’arcivescovo d’Oristano. La chiesa principale è dedicata alla Nostra Donna nella venerazione della di lei concezione purissima. Vi si veggono alcuni altari e statue, col fonte battesimale di marmo. Il parroco si qualifica vicario, ed è assistito nella cura delle anime da altri due sacerdoti. Le chiese filiali sono tre: una sotto l’invocazione di s. Giambattista, l’altra di s. Tecla, la terza di s. Lucia, la cui memoria rinnovasi solennemente nella terza domenica di luglio con molta frequenza dai paesi d’intorno, e con lo spettacolo della corsa. Aggiungasi la chiesa annessa al convento dei frati cappuccini, fondato l’anno 1609.

Il cimiterio è contiguo alla chiesa parrocchiale ed alle case, nè si pensa ancora alla formazione del camposanto in sito men pericoloso.

Fuori del paese trovansi altre chiese: una sulla anzidetta strada reale verso a Nurallao e alla Barbagia, dedicata al m. s. Lussorio, di antica costruzione; altra nella stessa regione, egualmente antica, sotto l’invocazione della SS. Trinità, cui è aderente una casa, che dicesi essere stata nello scorso secolo ospizio de’ frati trinitari, e molto prima monistero di benedittini. Trovasi alla sponda del Caralìta presso al ponte. Quindi alla distanza d’un quarto d’ora è la chiesa di s. Rosa v. e m., che già comincia a rovinare.

La estensione superficiaria comprenderà m. q. 30. Il paese sta presso all’angolo che formano le linee, che corron contro ponente ed austro. La natura delle terre è assai propria ai cereali.

L’azienda agraria di questo comune era fissata in star. di grano 1200, e in lire sarde 1898. (N. B. Pareggiasi lo star. a litri 49,20: la lira a l. n. 1.92). Nello stato del 1833, il fondo granatico compariva di star. 510, il nummario di lire sarde 3904.15.7.

Si semina ordinariamente star. di grano 1500, d’orzo 300, di fave 250, di cicerchie 100, di lentichie 10: talvolta il totale della seminagione passa li star. 2500.

Il grano, l’orzo, le fave si moltiplicano al ventuplo, le cicerchie rendono dal 5 al 10 per uno, le lentichie dal 20 al 40. La raccolta intera qualche volta va ai 30 mila starelli. Si semina poco lino. Le viti vi prosperano, e se ne annoverano circa dodici varietà, dalle quali ottienesi del vin nero gagliardo, e insieme assai soave, e quattro sorta di vini bianchi, cioè malvasia, semidàno, moscatello, barbarajìna molto potenti e sulfurei. La quantità che imbottasi, si calcola a quartieri (misura eguale a litri 5) 640,000. Un ventesimo al più si potrà bruciare per acquavite.

Le piante fruttifere, che qua e là e lungo le siepi formate di fichi d’India veggonsi sparse, si contengono nelle specie dei peri, meli, mandorli, fichi, prugni, albercocchi, peschi, aranci e limoni. In breve cresceranno a quantità considerevole gli olivi, che già cominciasi con molto studio ad attendere alla loro propagazione e coltivazione. La totalità degli alberi si può computare di 4500, e l’area occupata dalle vigne di 1000 star. di capacità (ari 39,860), cui sembra eguale quella che occupano le chiudende, dove si semina, o tengonsi a pascolo i buoi che impiega l’agricoltura.

Il bestiame, che educasi, consiste in vacche, pecore, majali, giumenti. Le vacche sommavano (anno 1833) a capi 350. Dalle medesime si hanno i tori per i lavori agrari, che non sono meno di 250 gioghi, che sono capi 500. Questi nell’autunno e nell’inverno nutronsi a paglia e fave peste, nella primavera portansi a cercar alimento nei prati, e nelle tanche. Le pecore erano 1000, i majali 300, i giumenti 220. Allevasi del pollame, ma in quantità minore, che potrebbesi avere. I prodotti del bestiame non sono di molto superiori al necessario per la popolazione. I formaggi non sono riputati.

Mancano sulla superficie le fonti, ed è necessità scavar dei pozzi, le cui acque sono poco salubri. Se si praticasse il succhiellamento artesiano, se ne troverebbono a non gran profondità delle migliori, e forse anche verrebbon su.

Per una linea tortuosa di 5 in 6 miglia sono bagnate queste terre dal Caralìta, che movendo dall’Arcidàno di Isili e Nuràllao alle campagne di Gèsturi, entra poi in queste, e scorre verso l’austro, dirigendosi al grande stagno di Cagliari. È traversato da un antichissimo ponte a doppia fauce sulla linea della strada a Mandas e a Gèsico. Le sue inondazioni poco son dannose. Vi si formano dei nassai, e si coglie gran copia di anguille assai pregiate.

Osservansi entro questo territorio vestigie di antiche popolazioni nei luoghi or detti Ruìna-Fànari, Perdèdu, Ruìna-Tùvulu, Maistu-Zrocu, Ruìna-Zìrigus, S’urdelli, distanti dal paese qual più un’ora. Delle medesime nessuna menzione trovasi nel Fara, e in altri monumenti; onde è lecito conchiudere, che la loro distruzione sia di molto anteriore alla abolizione del giudicato arborese. Esistevano nello stesso spazio cinque norachi ora in gran parte diroccati. Era degli altri maggiore quel, che meno distrutto vedesi a distanza d’un quarto d’ora dal popolato sulla strada a Tuìli, distinto con la generale appellazione nuraji; merita esser considerato.

Comprendesi questo comune nella baronia delle Piazze (Vedi quest’articolo su le prestazioni feudali).

Il contingente di questo comune per lo battaglione di Làconi dei corpi miliziani barracellari è fissato di 21 individui a piede, e alcuni altri a sella.

 
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