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Barì

BARÌ [Barisardo], villaggio della Sardegna, capoluogo di distretto nella provincia di Lanusei, col quale sono numerati Jerzu, Locèri, Tertenìa, Ussàssai. È compreso nella tappa (uffizio d’insinuazione) d’Ogliastra, e nell’antico dipartimento del medesimo nome, che facea parte del giudicato Caralense.

Deriva questo nome dal vocabolo della lingua sarda abbarì, che vale palude o luogo pantanoso. Usasi ancora per denominazione Terias, quale appellasi generalmente la pubblica fonte, presso cui era una volta situata l’abitazione.

La sua posizione geografica è a 39°, 53', 30" di latitudine, e 0°, 33' di longitudine orientale dal meridiano di Cagliari.

I rapporti di distanza coi paesi limitrofi sono come segue: da Locèri a ponente ore 1; da Tortolì a tramontana ore 2; da Gairo a ponente-libeccio ore 5; da Tertenia ad ostro-libeccio ore 6; da Jerzu a ponente ore 5; da Ilbòno a ponente-maestro ore 5. Le strade sono tutte carreggiabili.

La situazione è assai bassa. Quindi è facile dedurre l’umidità del clima, la quale rendesi maggiore dal piccol ruscello derivante da Terias che scorre in mezzo del popolato. La temperatura è assai dolce nell’inverno, finchè l’atmosfera è riscaldata dal sole, assente questo, sentesi con l’umido anche il freddo. Nell’estate i calori sono assai forti. La nebbia domina in tutte le stagioni, ma è più nociva nell’estate ed autunno. Raramente nevica, e rompono tempeste di grandine e fulmini. L’aria è grossa e malsana.

Il numero delle case è di 280, sparse però in non piccola superficie.

La migliore strada è la denominata de Mesu-bidda, donde verso libeccio move la provinciale, che accenna alla capitale; le altre intersecano questa principale. Sono tutte selciate.

Non v’ha altra abitazione rimarchevole fuor del palazzo rettorale, con 26 stanze abitabili.

Il numero delle anime, come risultò nel 1833 dal censimento parrocchiale, era di 1480, distribuite in 277 famiglie. Confrontato la detta somma con la risultante dal censimento del 1826, che fu di anime 1521, apparisce una differenza in meno sebben piccola.

L’ordinario numero dei matrimoni all’anno si calcola di 20, delle nascite a 60, delle morti a 40. Il corso della vita generalmente è sotto il 50.° Le malattie dominanti e fatali sono le febbri intermittenti, le perniciose, le pleurisie.

Le generali professioni sono l’agricoltura e la pastorizia. Vi sono però dei fabbri ferrai, alcuni per manifatture fine, ed altri per opere grosse, dei quali si servono anche gli abitanti di alcuni dei vicini paesi; dei falegnami dell’arte grossa, come dicono, i quali provvedono di arnesi d’agricoltura e di carri i contadini del dipartimento, e alcuni ancora del campidano.

Nella manifattura del panno lino e forese si impiegano circa 250 telai.

Vi ha un consiglio di comunità, una giunta locale pel governo del monte di soccorso. Come capo-luogo di mandamento tiene un tribunale di giudicatura, la cui giurisdizione stendesi sopra Locèri, Girasòle, e Lozzorài.

La scuola normale frequentasi da 20 fanciulli.

Il contingente pel battaglione dell’Ogliastra dei corpi miliziani barracellari è di 46 individui.

La chiesa parrocchiale è dedicata alla santissima Vergine di Monserrato, nel qual titolo s’intende la di lei Natività. Ne fu cominciata la fabbrica nel 1713, e perfezionata nel 1753. È rimarchevole l’altar maggiore col presbiterio, che è superiore a quanto di simile trovasi nelle chiese della diocesi, lavorati di marmo fino con arte elegante. Una iscrizione ivi posta ne insegna che le largizioni di D. Bernardino Pes, e le elemosine del popolo sopperirono alle spese nell’anno 1772. I due cappelloni a destra e sinistra, dedicato quello alla Vergine del Rosario, questo a san Giovanni Battista, sono essi pure di marmo, e nel primo una iscrizione di dedica dello stesso tenore della prima ci fa sapere che fu fatto nel 1777. Le altre sei cappelle ed il pavimento sono ancor esse di marmo. La torre delle campane è quadrata, e di un’altezza e architettura, per cui si ponga tra le prime fabbriche del regno in questo genere. Fu compito nel 1802 dall’architetto Antonio Melis, dal quale fu ancora fabbricato l’oratorio che trovasi a destra della parrocchiale in faccia al levante. Il piazzale è bello, ampio, e ombreggiato da filari di sorgiaghe. Il sacerdote che la governa s’intitola pro-vicario della parrocchia: gli antecessori erano qualificati come rettori. Nella cura delle anime è assistito da due o più sacerdoti. È considerevole, avuto riguardo al paese, la ricchezza dei sacri arredi.

Oltre il summenzionato oratorio vi erano altre due chiese figliali sull’estremo dell’abitato, una dedicata a san Leonardo verso mezzodì, di cui esistono le sole mura; l’altra verso mezzanotte sotto l’invocazione di santa Cecilia, la cui festività cade addì 22 novembre.

Dietro della parrocchiale alla parte di sera evvi il cimitero. Le altre principali solennità sono per la natività della santissima Vergine, per san Girolamo, che festeggiasi nella prima domenica di ottobre, quando il proprio giorno occorra negli altri sei della settimana; e nell’ottava di questo per san Leonardo. Vi è per ciascuna gran concorso da tutta l’Ogliastra e Capodissopra, con lo spettacolo della gara dei corsieri, e con tutti gli altri divertimenti popolari.

L’estensione territoriale eguagliasi a 15 miglia qu.; il paese è quasi nel centro. Ambe le vidazzoni di Tecu e di Campu-Moli sono tenute per fecondissime, e veramente tali sarebbero, se l’arte adottasse maniere migliori.

La dotazione del monte di soccorso in favore dei poveri contadini era stata fissata per fondo granatico di star. 710 (litr. 34,932), per nummario di lire sarde 699 (lire nuove 1362.72). Nello stato del 1833 furono trovati ascendere il primo a star. 1750, l’altro a lire sarde 774.2.6.

Si semina ordinariamente starelli di grano 300; d’orzo 200; di fave 100; di granone, ceci, fagiuoli, cicerchie, piselli, lenticchie in totale starelli 100. Il grano suol rendere per uno l’8; l’orzo il 15; le fave il 10; il granone il 5; le civaje il 10; meno le lenticchie che danno il 5.

L’erbe ortensi, che si coltivano, sono lattughe, coppette, cipolle, pomidoro, patate, aglio, bietola, indivia, ecc.; le piante zucche, poponi, cocomeri, citriuoli, melingiane, ecc.

Nel generale il lino che si raccoglie somma a 30,000 manipoli.

Nessun’altra terra e clima pare più a proposito di questo per le viti. Le varietà delle uve bianche, rosse, e nere sono molte, che si distinguono coi nomi volgari di moscatello, canonato, sinzillosu, bovali, varnaccia, semidàno, merdolino, rosa, argumannu, apesorgia bianca e nera, detta ancora triga, corniola, galoppu, manzèsu, nieddèra, monica, giròne, moscatellone. Del moscatello, varnaccia e giròne si fanno vini dilicatissimi, che passano col nome di vini bianchi. Il galoppu ed argumannu si secca per uve passe. L’apesorgia, ossia triga, si conserva fresca per la maggior parte dell’anno. Le altre uve servono pel vino nero, che gode nel commercio di molta riputazione. Si vende quasi tutti gli anni ai genovesi, che lo trasportano in vari porti. Se ne brucia ordinariamente poco per acquavite.

Le piante fruttifere sono di molte specie. Le più numerose però sono ficaje di frutti bianchi e neri di molte varietà, susini, peri, aranci, limoni, ecc. Si dissecca gran quantità di fichi per provvista domestica, e per averne lucro. In totale tutte le piante suddette sommano a 50,000.

Le tanche ed i chiusi sono in buon numero, e racchiudono una superficie non minore della capacità di 1500 star. (ari 59,790). Una parte serve al seminario, l’altra al pascolo.

 
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