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Bànari, di Meilògu

BANARI, di Meilògu, altrimenti VANARI, villaggio della Sardegna, nella provincia di Sassari, distretto di Codrongiànos, tappa (uffizio d’insinuazione) di Sassari. Apparteneva all’antico dipartimento di Meilògu del giudicato del Logudòro.

È situato in un ripiano del monte del suo nome a piè dell’eminenza denominata Silva.

Componesi di 350 case separate in varie isole da strade larghe sì, ma irregolarmente tirate, delle quali alcune sulla roccia è nuda, e perciò pulite, altre sulla terra, e perciò fangose in inverno. Stendendosi il livello del paese in maniera agevole nel prato, vi si ha una bella passeggiata, onde si gode la bella prospettiva dell’amena valle di Pesi irrigata da un ruscello.

Si fabbricano in questo paese pentole, fornelli, ed ordinarie stoviglie. Quasi in ogni casa impiegasi il telajo per la propria provvista di tele e panno forese. È un paese misero.

Vi è un consiglio presieduto da un sindaco per le cose comuni, una giunta sul monte di soccorso, ed una scuola normale di 35 giovanetti.

Il contingente per il battaglione di Tièsi dei corpi miliziani barracellari è fissato a 41 individui tra fanti e cavalli, una porzione dei quali esercita le funzioni dell’antica barracelleria.

La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di s. Lorenzo martire. È non solo minor del popolo, ma già rovinante.

Dicesi essere stato in questo sito un monistero antico, del quale non sono residui che alcuni pezzi di mura.

Il parroco che ha il titolo di rettore è ordinariamente assistito nella cura delle anime da altri due sacerdoti. Della decima ne preleva un terzo la Camera arcivescovile di Sassari, nella cui giurisdizione è questa parrocchia insieme con le altre dell’antica diocesi sorrense.

Giace questa chiesa nella parte più bassa del paese; si seppellisce i morti dentro la medesima con sensibile, e talvolta insoffribile inquinamento dell’aria, e danno della salute. Le sta contiguamente un cimitero, ma non vi si sotterrano che i più miserabili.

Delle chiese filiali due sono nel paese, l’oratorio di s. Croce uffiziato da una confraternita, e l’altro di s. Michele. In addietro eravi il terzo dedicato a s. Giacomo, che fu demolito per ricostrurlo, a che più non si pensa.

Nella campagna, a un’ora dal paese, trovasi la chiesa di santa Maria de Cea posta in fondo d’una vallata presso il fiume. Fu edificata sulle rovine della antichissima, che era annessa al monistero dei cisterciensi ivi stabilito, uno dei più nobili, che avesse in Sardegna quella regola, del quale tuttavia nulla resta, che ne attesti la magnificenza. È murata presso la porta grande una iscrizione goticamente scolpita. Nel condaghè di Cea, che è un libro rituale intorno all’apertura della porta santa dell’antica chiesa, leggesi che ivi giacciano i corpi di molti santi uomini.

Vi si festeggia addì 8 settembre; ma sebbene vi si corra il palio, poca è la gente che vi conviene dai villaggi d’intorno. La festa principale del paese è per il titolare della parrocchia addì 10 agosto con piccola fiera, e fuochi artificiali. Il concorso dipende dall’anticipamento o ritardo delle operazioni della messe.

Il clima è fredd’umido nell’inverno, e temperato d’estate. Vi piove competentemente, vi è frequente la neve e dura assai. Vi grandina e fulmina anche spesso, senza però che siano state mai colpite le abitazioni. Vi passa la nebbia, e talvolta con danno dei seminati e degli alberi fruttiferi. È esposto al vento maestro, che ristretto nella valle di Giunchi vi passa violento, ed è tutto aperto al levante ed alla tramontana. Il libeccio trova l’opposizione del monte.

L’aria non è del tutto sana in ogni stagione. Si potrebbe però render più salubre se si formasse il campo-santo, si selciassero le strade della parte bassa del-l’abitato, il letame si gittasse alla fecondazione delle terre in vece di ammonticchiarlo presso alle abitazioni, e nella sottoposta valle a levante fossero le acque dirette a facil corso, e impedite di ristagnare.

Il censimento del 1832 diede un totale di anime 1281, in famiglie 345. Trovaronsi in età matura maschi 444, femmine 440, sopra il decennio maschi 52, femmine 36, ed in minor età maschi 147, femmine 162.

Si celebrano all’anno da 25 matrimoni, nascono 110, muojono 60. Vivesi per ordinario al 70.° anno, e non pochi avanzano di molto questo termine. Le malattie frequenti sono le febbri intermittenti e le pleurisie.

Nella maniera di vestire in nulla si singolarizzano questi paesani dagli altri logudoresi. Sarebbe a desiderarsi che una zelante instruzione togliesse alcune superstizioni ancora accreditate presso alcuni contadini e pastori. Il comune divertimento è il ballo all’armonia del canto.

L’estensione territoriale rappresentasi in un rettangolo della superficie di 12 miglia quadrate. Confina a tramontana con le terre di Ploàghe Florìnas e Codrongiànos, a mezzodì con le di Bessùde e di Tièsi, a ponente con le di Iteri, a levante con le di Sìligo.

I terreni chiusi potrebbero capire star. 700 (ari 27300), le vidazzoni star. 2000 (ari 78000).

La dotazione del monte di soccorso era stata fissata in fondo granatico di star. 1150 (litr. 56580), in fondo nummario di lire sarde 2258.14 (lire nuove 4336.62). L’aumento è al presente notevolissimo, e si è chiesto per supplire alle spese della ristaurazione della parrocchiale.

Impiegansi nell’agricoltura gioghi 90, e si semina per ordinario starelli di grano 1400, d’orzo 150, di fave 100, di meliga 30, di lino 40, di civaje 20. La fruttificazione dei cereali, quando non corrano irregolari le stagioni, e non tocchi le spighe la nebbia, si calcola al quindecuplo e ancor più. In generale la terra corrisponde ai voti degli agricoltori. Però più della metà della detta seminagione si fa in terre d’altri villaggi, specialmente di Sìligo.

Il vigneto è in terreno felice. Sebbene poco esteso, tuttavia si ha più del necessario, e se ne può vendere ad altri paesi e bruciarne per acquavite in due lambicchi. I vini bianchi sono in maggior quantità; ma i neri superano in bontà.

Coltivansi nelle vigne poche specie di alberi fruttiferi, ed il loro numero è ben ristretto.

Non è pure trascurata la coltivazione di alcune erbe e piante ortensi.

La selva di Bànari di 4 miglia quadrate di superficie d’alberi 237169 è del demanio baronale. È una continuazione del ghiandifero di Giunchi, ed è in migliore stato che le altre frazioni, dove la scure del pastore e del legnajuolo distrugge barbaramente le piante, o le rende tapine e meschine, come accade generalmente altrove, non essendo in vigore i regolamenti relativi. Le specie più copiose sono le quercie e i lecci; il sovero vi è rarissimo.

Questo territorio è tutto montuoso, e sono frequenti i luoghi scoscesi e difficili. Le roccie sono di molte specie. Dominano le volcaniche. Trovasi due qualità di pietre rosse; una molto docile al ferro, l’altra niente.

A dir vero il banarese è nella massima parte più che all’agricoltura atto alla pastura: tuttavolta questa non fiorisce assai, e la ragione è ben conosciuta.

Il bestiame domito, tra buoi, vacche mannalite e giumenti sommava nel 1833 a 600 capi: il rude a 3000, distribuito in segni 6 di vacche, 4 di capre, 14 di pecore, 8 di porci, i quali vanno gran parte dell’anno a cercar pascoli in territori estranei. Le lane servono per i telai del paese: le pelli si vendono alle concie di Iteri e di Sassari: il poco che sopravanza del formaggio vendesi per lo più a Sassari; vi è molto pregiato, ed è veramente di qualità non ordinaria.

I cinghiali, daini, volpi, lepri, martore, gatti selvatici, donnole sono in molto numero per tutto questo territorio, specialmente dove non si è estesa l’agricoltura, e vi è spesso il bosco o la macchia. Si fa con qualche frequenza la caccia grossa nella selva e nel prato. Nell’estate gli uccellatori possono con poca fatica e tempo cogliere non poche pernici, tortorelle, beccaccie, beccaccini, colombacci, ed altre specie.

 
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