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Arzana

ARZANA, borgata della Sardegna nella provincia e distretto di Lanusèi, appartenente all’antico dipartimento dell’Ogliastra del giudicato cagliaritano, capoluogo di mandamento, che comprende Lanusèi, Ilbono, Elini, e Villagrande.

È distante dal capo-luogo di provincia un’ora a cavallo, ed ore 3 da Tortoli, nella medesima latitudine, e nella longitudine orientale da Cagliari di 0°, 23'.

Esso è situato sulla pendice orientale della gran catena centrale dell’isola, che sorge dalla parte boreale, e sprofondasi in mare in Carbonara. Giace alla falda del monte Idolo, guardando la tramontana, il ponente, e mezzogiorno: il suo circostante è assai ameno; le case sono circa 150, divise in due borghi, uno detto Budàci, l’altro Barigàu.

Le arti meccaniche di prima necessità per gli usi della vita, e pei bisogni dell’agricoltura, sono trattate da pochi. Le donne sono molto laboriose, ed i loro telai, che non sono meno del numero delle famiglie, provvedono di tele di diversa qualità e di panno forese non solo gran parte dell’Ogliastra, ma molti paesi ancora del campidano di Cagliari. Il forese tingesi variamente con le erbe e radici che trovansi nel territorio.

Havvi un consiglio di comunità, una giunta locale sul monte di soccorso, ed una scuola normale frequentata da 20 fanciulli.

Nell’estremità dell’abitato, presso una chiesa distrutta, veggonsi certe rovine, che credonsi di antichi bagni, ed il sito pare il persuada col nome che ritiene di Bàngiu. Si vuole siano stati abbandonati da 200 anni addietro.

La chiesa parrocchiale è dedicata a s. Giambattista. Governasi da un vicario con l’assistenza di altri due sacerdoti sotto la giurisdizione del vescovo d’Ogliastra, come dopo il ripristinamento dicesi quella che nel medio evo chiamavasi diocesi Suellense.

Quattro sono le chiese figliali: due nel paese, delle quali una sotto l’invocazione di s. Rocco, l’altra della Vergine del Rosario; due nella campagna, una dedicata a s. Vincenzo, distante 15 minuti verso ponente; l’altra a s. Giovanni, denominato Veli dal nome della regione, posta a levante a 3/4 d’ora, la quale sarebbe capace di 900 persone, e forse sarebbe stata parrocchiale d’un’antica popolazione.

La principale delle feste popolari si celebra nell’ultima domenica di agosto in onore di s. Vincenzo, alla quale si concorre da tutti i paesi dell’Ogliastra, e da più remoti ancora.

Vi si tiene una fiera frequentata da gran numero di mercanti, di artefici, e di pizzicagnoli.

Le altre solennità assai celebrate sono di san Giambattista, titolare della parrocchiale, di san Sebastiano, della Madonna della Neve, di s. Rocco, della Vergine del Rosario, di s. Giovanni da Veli, e di s. Maria nella commemorazione della natività, in occasione delle quali costumano i ricchi del paese fare ai poveri una cospicua elemosina; però che ciascuno dei devoti, come chiamansi coloro che contribuiscono alle spese delle festività, presenta un capo, sia capra, montone, o caprone, tre pani di sapa fatti di ottima farina impastata con sapa, e mescolata di uva passa, mandorle, e noci, o pure tre pani di fior di farina (pani de sìmula), cadauno del peso di tre libbre (chil. 1.20). Queste contribuzioni di consuetudine, ed altre non piccole straordinarie oblazioni portansi di buon mattino all’oratorio, suonando le campane a festa. Allora in presenza del popolo i principali si dividono quei capi, e se li portano alle loro case per prepararli: alle tre ore pomeridiane riportasi con molta pompa il tutto nell’oratorio. Intanto i poveri ed altre persone che vogliono porzione si ordinano nel piazzale della chiesa in molte linee, gli uomini ad una, le donne ad altra parte, disposte le persone secondo l’ordine dell’età. Segue subito la distribuzione, e questa si fa sempre nella proporzione degli anni. Tolto che abbia ciascuno il suo brano ed il pane, ritirasi; del residuo si fa divisione tra i devoti, come d’un mangiare benedetto. Alli signori e sacerdoti, tanto del paese, che esteri, si dà sempre in porzione un piede, o uno dei quarti di retro con la coda annessa. Tutto ciò fatto, i principali festeggianti vanno ad un semplice banchetto preparato nelle stanze dell’oratorio, e vi sono ammessi i sacerdoti ed i signori.

L’ordinario numero dei matrimoni è all’anno di circa 14, nascono 50, muojono 20, e si dà sepoltura nel cimitero che è contiguo alla parrocchiale, non essendosi ancora formato un campo-santo.

Vivesi ordinariamente sino al settantesimo, ma non pochi sono che vanno oltre il secolo, ed esiste presentemente una donna (Domenica Contu), la quale già da tre anni ha chiuso il secolo, e, non ostante vegeta, ancora conserva qualche cosa dell’antica bellezza, con una sanità robusta, e con molto vigor di sensi, se non che comincia alquanto a sentire difetto di vista. Quindi attende alle faccende domestiche, e fila assai bene ogni sorta di lana e lino, dopo aver impiegato buona parte del mattino negli atti di religione. Conosce la quarta generazione, ed i suoi discendenti sono 83.

La più frequente malattia è la pleurisia, che divenne frequente come qui, così altrove, da che i contadini sardi, vergognandosi delle antiche vestimenta del colletto e della vesta di pelle, per cui i loro maggiori vivevano sani e lungamente ad onta delle rapide frequenti vicende atmosferiche e dell’aria insalubre, curano meno di tenere ben coperta e difesa la vita e il capo.

Le famiglie sono presentemente in numero di 352, le anime 1497.

Il clima è piuttosto freddo; pioverà all’anno da 40 volte, e vi è pure frequente la neve. Rare sono le tempeste di grandine e fulmini, rarissima la nebbia, e subito diradasi. Dominano i venti ponente e mezzogiorno, e nuocono non poco.

L’estensione territoriale, che possiede questo comune, si può valutare a 40 miglia qu. al ponente dell’abitato. La terra, mentre principalmente è adatta alla pastura, prestasi ancora a qualunque coltura.

In cinque regioni è diviso questo territorio, che si denominano Coxìna, Orzìle, Orgiòla-Onniga, Siccaderba, e Silisè.

Il monte di soccorso per utile dei poveri agricoltori era dotato di star. cagl. 210 (litr. 10,332), di lire sarde 110 (lire nuove 211.20): crebbe l’uno e l’altro fondo a 250 starelli e lire. Ordinariamente è poco più di questo numero il seminario del grano, ed altrettanto si gitta d’orzo: di granone se ne può seminare star. 25, di fave 20, di ceci 10, di piselli 15, di lenticchie 5, di fagiuoli 30, e ottienesi il 15 o 10 per uno. Vengono pure coltivate le cipolle, i cavoli di varia specie, i pomi d’oro, ed altri generi ortensi. È già introdotta la coltivazione delle patate, e se ne conosce l’utile immenso. Di linseme se ne gitta da 12 starelli, e ogni starello suol produrre più di libbre 120.

La vigna vi prospera maravigliosamente: varie sono le qualità delle uve, però è dal cannonàu e dal nuràgus che si fanno i vini. La qualità lo fa assai pregiare, e, se la vendemmia fosse più abbondante, il contadino avrebbe maggior lucro. Sebbene di poco si oltrepassi il numero di 100 carrattelli (contiene ciascuno litr. 500), se ne può vendere una buona porzione ai genovesi, agli isolani della Maddalena e dell’Elba; oltre che se ne bruciano 4 o 5 carrattelli per acquavite, e 8 o 10 si cuociono a sapa.

Le piante fruttifere sono: i castagni n.° 1800, i noci 1500, i ciriegi 2000, i mandorli 2800, i fichi di molte varietà 5000, i prugni 1000, i peschi 2000, gli olivi 1000, i meli 3000, ed altro migliajo di altre specie.

Una piccola porzione del territorio è chiusa a tanche (grandi chiudende per seminario e pascolo in alternativa). Nelle medesime vegetano alcuni alberi ghiandiferi di molta età.

 
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