Armungia

ARMUNGIA, villaggio della Sardegna nella provincia di Isili, distretto di Orròli, appartenente all’antico dipartimento di Galilla, o Gerrèi della tetrarchia cagliaritana.

L’antico nome di questo paese, come si ha dalla tradizione, era Aremusa, quale si chiamava il fondatore, la cui età si riferisce a tempi assai remoti. È in situazione eminente inclinantesi al mattino, per dove si apre l’orizzonte con un raggio per lo meno di cinque ore, sino alla catena centrale. Sorgendo sulla sommità del colle una maggior estensione soggiace agli sguardi verso ponente. Il clima è temperato; piove frequentemente nei mesi invernali, e vi cade anche della neve, che però per poco ingombra il terreno. Non si ha memoria che in tempesta di fulmini alcuno sia stato danneggiato, essendo quasi sempre lontano lo scoppio: nella primavera vedesi della nebbia, ma presto svanisce. Notabile è l’estensione dell’abitato, per li piccoli giardini frammezzati. Ogni abitazione ha il suo bel pergolato, che con li mandorli, noci, e fichi, allori e aranci rendono il luogo amenissimo e molto delizioso.

Delle arti meccaniche conosconsi appena da pochissimi le più necessarie; le manifatture sono la sola tela, e l’albagio di varie qualità, di cui moltissime pezze vendonsi nella Tregenta, nel campidano di Cagliari, e nella curatorìa di Seurgus.

Vi è un consiglio di comunità, una giunta locale sul monte di soccorso, ed una scuola normale dove concorrono circa dieci fanciulli.

Essendo un popolo pacifico non fu mai d’uopo di fissarvi alcuna stazione. Il tenente della sesta compagnia del battaglione di Tregenta dei corpi miliziani barracellari con 4 cacciatori a cavallo, e 25 di fanteria, compresovi il capitano barracellare, e li 6 di sua compagnia, formano il contingente di questa popolazione.

La chiesa parrocchiale è sacra alla Vergine nella commemorazione della sua Concezione purissima, che si festeggia nella quarta domenica di maggio con gran concorso dai vicini paesi. Sorge alla parte meridionale dell’abitato in faccia all’oriente. È governata da un rettore subordinato all’autorità dell’arcivescovo di Cagliari, come vescovo doliense.

Vi sono due chiese figliali situate nell’estremità del paese verso levante, una dedicata a s. Giovanni Battista, l’altra a s. Sebastiano. Festeggiasi in questa alla seconda domenica di settembre con molta celebrità.

Due dei popolani destinati a provvedere per le spese della medesima comprano dalle elemosine raccolte dieci vacche, grano, vino, e altri articoli necessarii: nella vigilia si macellano le bestie, delle quali si fa parte a tutti gli stranieri, che non abbiano un alloggio ospitale, ed a quelli pure, da cui si ebbero le più pingui elemosine, però con certo cerimoniale.

I collettori separatamente nel giorno solenne verso le nove antimeridiane, accompagnati da gran turba di amici e giovani, con un zampogniere e due cantori, visitano le famiglie, che contribuirono alle spese della solennità, e le felicitano con buoni auguri; mentre i due cantori stando alla porta col zampogniere girati dal popolo fanno lo stesso con le loro rime, alle quali interpongono spesso la parola eleilò, che non è del linguaggio corrente. I complimenti dei collettori dirigonsi specialmente alle fanciulle, che vi siano, da marito; le quali dopo essere state molto lusinghieramente onorate movonsi leggiadre e vezzose con la capellatura artificiosamente sparsa, e presentano due grandi coccòis (pani ad anello o a corona) di fior di farina fatti con molto studio, e vagamente dipinti a zafferano, che i cantori infilzano nelle verdi canne, che sostengono sull’omero. In contraccambio la compagnia festiva presenta della carne proporzionatamente ai membri della famiglia; dopo che, fatti i convenevoli, prende congedo. I fanciulli, e i minori giovani accrescono la letizia. Mentre presso alla chiesa formasi una galleria di rami e frasche di zrapa, pianta di scorza gialla, che facilmente si leva, questi piccoli uniformemente vestiti se ne adattano corone e cinture, e tolgono in mano i più bei ramoscelli; nel qual modo preceduti da alcuni altri, che portano dei zufoli, ed altri rusticani stromenti, in lunga schiera marciano per tutto il paese.

I pubblici balli continuano con gran tripudio per tutta la giornata. Nel dì seguente ha luogo la gara al corso dei ragazzi in uno stadio di 10 minuti, e vengono essi secondo il merito regalati dei piedi delle vacche. Conchiudesi la solennità con fuochi di artifizio. In riguardo alla voce eleilò, che come intercalare ripetesi, si ha per tradizione essere della lingua del popolo, che abitava a quattro ore in distanza di Armungia nella regione detta su Duttu, o Mordèga, donde in occasione di morbo pestilenziale molta gente siasi trasferita in questo paese nel mese di settembre per iscansare il malore, come in fatti lo scansò.

Quindi si afferma esser questa festività in memoria di quella salvezza, di cui rendonsi grazie al martire s. Sebastiano, siccome a quegli, che tutti i sardi venerano, come loro speciale intercessore presso Dio che ci preservi dai mali contagiosi; quella corsa dei fanciulli alludere all’ingresso dei miserabili, che fuggivano dalla morte; ed il grido eleilò significare un sentimento di gioja per lo evitato pericolo.

Comprovasi pure che da Mordèga sia in Armungia venuto il popolo dal dritto, che possiede questo parroco di percevere i frutti decimali di quei salti, sebbene sieno più vicini ad altra parrocchia.

Il cimitero è ancora presso la chiesa principale per non essersi ancora scelto fuor dell’abitato un sito opportuno a formarvi il campo-santo.

All’anno si sogliono celebrare circa sei matrimonii, nascono 35, muojono 15. Le famiglie sono 270, le anime 875. Vivesi da molti oltre il settantesimo anno.

Le più frequenti malattie son di stomaco, e qualche febbre intermittente, non escluse le infiammazioni cagionate dalle vicende atmosferiche in quei che voglion lasciare l’antica moda di vestire. Bisogna però confessare che facilmente si superano con un piccolo ajuto dell’arte per favore della salubrità dell’aria e delle acque.

Vi è qualche cosa da notare sulle vestimenta usate. Gli uomini di età vestono il colletto consistente in quattro pelli cervine ben concie a colore gialloscuro, che formano quattro ale lunghe fino al ginocchio ricamate in seta, delle quali due si addoppiano avanti, e due dietro agganciandosi sotto le ascelle, e stringendosi alla vita una larga cintola a ricamo, e un camauro nero sopra una cuffia bianca, che contiene la capellatura. I giovani in luogo del colletto usano sa best’-epedde (vesta di pelle) formata di quattro pelli d’agnello di lana nera inanellata, che con certe artificiose pieghe scende sino ai lombi. La vita è coperta da un giubboncello di velluto nero, la testa da un lungo berretto nero, restando sciolta la capellatura. Alcuni per la vesta di pelle indossano cappotti di forese, guerniti di velluto nero, con ricamo di cordoncini di seta nera. I calzoni sono corti e larghi, e come dicesi, a campana, fatti di forese, e sovrapposti ad altri di tela larghi e lunghi oltre il ginocchio. Le calze son di forese, e stringonsi a mezza coscia sopra i calzoni di tela. La cintola è nera, e nel petto si ha una bottoniera d’argento.

 
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