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Aritzo

ARITZO, villaggio della Sardegna nella provincia di Busachi, distretto di Meàna, appartenente all’antico dipartimento della Barbagia Belvì. È distante dal capoluogo di provincia circa 20 miglia; e 50 dalla capitale.

Siede questa popolazione nella costa del monte detto Genna-de-Crobu, che è la parte estrema e più settentrionale della montagna appellata Funtana Cungiada, una delle più alte dell’isola, e assai nobile per la incetta delle nevi, che ivi annualmente si fa.

È composto l’abitato di 460 case, le quali occupano una non piccola superficie in figura d’un romboide.

Le strade sono difficili, e troppo sassose: nella direzione da tramontana ad austro, in cui sono le principali, conservasi una certa regolarità. La primaria detta Funtan-e-idda è quasi nel mezzo, e allungasi più di un miglio.

Le case sono formate ordinariamente di tavole.

Clima. È questo men rigido, che pare dovrebbe essere nella elevazione in cui è fondato il paese, dove si può stare anche senza fuoco nel cuor del verno. Vi piove con molta frequenza, meno nell’estate; variabilissima è la temperatura, e i temporali di neve, grandine, e fulmini vi imperversano assai spesso. La neve vi si trattiene assai quando cade nel dicembre e gennajo, sebbene, soffiando i venti meridionali, e serenandosi il tempo, facilmente si sciolga. Le nuvole basse vi si arrestano con frequenza, ed appare allora il luogo ingombro d’una nebbia niente nociva nè ai vegetabili, nè agli animali. I venti vi dominano in gran parte, ma sempre con poco impeto, perchè è questo infranto dagli alti monti d’intorno: il solo che vi spiri talvolta con violenza è il ponente-maestro, la tramontana vi ha degli ostacoli. L’aria è saluberrima, e si vive lungamente, e senza gran bisogno di medicine.

Le malattie acute tanto frequenti altrove, qui lo son meno; però le costipazioni non curate non lasciano di cagionare delle malattie croniche, specialmente di petto, che pure non di rado guariscono senza alcun ajuto dell’arte, soltanto con l’esercizio delle fatiche, e con esporsi con coraggio a tutte le inclemenze.

La vita si prolunga ordinariamente a una buona vecchiezza, e sono rari i giovani che periscono. Nascono annualmente da 70 a 80, muojono circa 40. Il numero dei matrimoni va dai 16 ai 20, quello dell’intera popolazione a 1860.

Vi è un consiglio di comunità, una giunta locale sul monte di soccorso, ed un tribunale ordinario di giudicatura governato da un avvocato con voto consultivo, la cui giurisdizione estendesi sopra i tre villaggi limitrofi Belvì, Gadòni, Meàna.

Si ha per la corrispondenza un corriere che va regolarmente alla direzione più vicina; i ministri di giustizia fanno l’uffizio di direttori.

Vi è inoltre una scuola normale frequentata da 30 fanciulli.

Occupazioni degli aritzesi. Essi in generale non esercitano altro mestiere, che di trasportare i prodotti del loro territorio in tutti i punti dell’isola. Provengono da Aritzo le castagne, noci, nocciole, travi, travicelli, tavole, doghe, cerchi. Per difetto di strade carreggiabili le spese del trasporto diminuiscono il lucro che si ricava.

Le strade che da Aritzo partono verso tutte le parti diconsi carreggiabili da quei paesani, ma pei loro carri a piccole ruote e assai rozze, sebbene con non piccola difficoltà e fatica dei poveri animali.

Un’altra porzione degli aritzesi si esercita nel segare il legname, e nel farne varie opere, che i viandanti o rivenditori di corsa comprano, e trasportano negli altri dipartimenti. Ogni altr’arte è assai trascurata.

Agricoltura. Ad onta della bontà del terreno giace quest’arte quasi negletta. Vedesi dai passeggieri in questa regione quasi il giardino della Sardegna, e una lussureggiante e vigorosa vegetazione, ma poco o nulla di arte. Appena cento individui seminano in vari diversi siti, e pochissimi più di cinque starelli (litr. 246): nè il vantaggio che ne ritraggono ha potuto persuaderli a maggiore studio, ed invitar gli altri ad intraprendere queste fatiche.

Dallo stato del monte di soccorso può ben dedursi lo stato del seminario del grano. Era la dotazione in fondo granatico di starelli 310, e di lire sarde 210.12.0; al presente il primo fondo è avanzato a starelli 425 (litr. 20,910); il secondo è ridotto a lire sarde 5.18.10 (lire nuove 11.30). Si semina meno di orzo, assai di lino, niente di legumi, e poche erbe ortensi, e ciò per la ragione ancora che i siti a questa coltura idonei sono occupati dagli alberi fruttiferi.

Varie sono le specie di questi, principalmente peschi, susini, pomi, fichi, i quali di rado maturano.

Non manca ancora la varietà delle uve, eccettuato le più delicate, che vogliono ciel più mite e terre più crasse. I vini mancano di quella bontà e gusto che li rende aggradevoli; nè se ne ha giammai la sufficiente provvista.

Cominciasi a coltivare le patate, e ciò sarà un sollievo grandissimo ai poveri, ed una nuova ragione d’incremento nella popolazione, che aver potrà facilmente la sussistenza in terre non tutte idonee ai cereali.

Pastorizia. Questa professione così diletta agli antichi abitatori di queste regioni Iliesi, Jolaesi, e Barbaricini, è ancora assai pregiata dai loro discendenti. Vi è un gran numero di pastori, massime di pecore e vacche. Il numero del bestiame nelle varie specie è approssimativamente questo: cavalle 200; vacche 800; porci 1000; capre 2000; pecore 80,000; i gioghi per l’agricoltura più di 100. Maggiore era il quantitativo dei suddetti capi prima del 1832, specialmente delle pecore, ma la siccità dell’autunno avendolo privato del pascolo, esso morì in gran numero, forse più di due terzi.

I pastori ritraggono non piccol guadagno dai montoni e dalle vacche, che vendono al macello, dai buoi domiti per l’agricoltura, e dal formaggio, che, a preferenza degli altri luoghi di montagna, può dirsi il migliore, sebbene manchisi nella manipolazione.

Costumi. Le donne aritzesi poco si esercitano nel telajo, ed in altre ordinarie loro manifatture. Non perciò rimangonsi scioperate, e quando gli uomini sono occupati, quali nella montagna, quali in viaggi, quali con la sega, o con l’ascia, esse sono da un’antica consuetudine obbligate a raccogliere i frutti di questi feracissimi terreni; di maniera che le loro principali occupazioni consistono nel cogliere e trasportare le noci o nocciole, le ciriegie, le castagne, nella manifatturazione del lino, nel vendemmiare. È anche vero che, cessate queste occupazioni, moltissime maneggiano il fuso, e non poche anche il telajo, avvegnachè con pochissimo profitto. Sono esse di bella fisonomia, mentre gli uomini sono piuttosto brutti. Questi dopo il lavoro se ne stanno al focolare con la pippa, e le donne attendono a tutto. Quando elle sanno il giorno in cui devono tornare i loro mariti, vanno a trovarli con delle provviste; trovatili, prendon loro da mano il cavallo, e lo scaricano, accendono il fuoco, e apparecchiano il mangiare; dopo rimettono i fardelli al cavallo, e se lo portano via al paese, dove quegli incamminansi al loro bell’agio. Sono queste donne vigorose e snelle, e ammirasi la loro agilità nel rampicarsi su gli alberi più alti a spogliarli delle frutta.

Moda di vestire. I paesani aritzesi non si distinguono nel vestire dalla maggior parte dei contadini dell’isola, usando il cappottino di forese (albagio grossolano), il berretto nero di lana con la capellatura sciolta, un giubbone di scarlatto con fodero di velluto ordinario bleu, calzoni a campana, che sono corti a mezza coscia, e larghi assai, ed altri sotto più lunghi di tela ordinaria, con grandi calze di forese, e scarponi.

 
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