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Abba-Santa

ABBA-SANTA (Acqua-Santa) [Abbasanta], villaggio del Regno di Sardegna, nella provincia di Busachi, distretto di Ghilarza, che appartiene all’antico dipartimento di Parte-Ocier-Reale del giudicato di Arborea: è situato nell’altipiano del Marghine dove supera di metri 312,10 il livello del mare; ha strade larghe, ma irregolari, e 270 case, che occupano una superficie maggiore di quella, che parrebbe convenire, e ciò per gli orticelli annessi a ciascuna abitazione. Questo paese ha molta amenità, e per gli olmi numerosi, che vi frondeggiano, presentasi in bella prospettiva ad una certa distanza. Il clima è caldo di estate, temperatissimo d’inverno, sola stagione, in cui vi piova, mentre nella primavera non è cosa frequente, che qualche piovicina cada a rallegrare i seminati. Anche di rado le tempeste cagionate dalla elettricità imperversano; e la neve ricopre il suolo per pochi giorni, e talvolta per poche ore. Per la situazione, e pel ruscello che lo attraversa avviene che vi si risenta non poca umidità, e spesso abbiasi l’ingombro d’una nebbia, che, sebbene di poca durata, sperimentasi nociva alla sanità, e dannosa ai seminati, se li coglie in fiore, e soffia qualche vento meridionale, o il levante. Quindi in qualche stagione l’aria è poco salubre, e facilmente si cade nelle febbri intermittenti, e si soggiace all’oppressione di petto, come per le rapide vicende della temperatura atmosferica frequenti sono le pleurisie. È distante da Ghilarza, capo-luogo di mandamento, mezzo miglio d’Italia; da Paùli-Làtinu miglia 2; da Busachi, capoluogo di provincia, miglia 6 avanzate. Vengono esercitate da pochi individui le necessarie arti meccaniche; le manifatture restringonsi alle tele di varia qualità, ed al panno forese di vario colore, principalmente rosso-scuro per le robe donnesche, e nero per le vesti degli uomini. Sono in ciò impiegati 225 telai della più semplice costruzione. L’agricoltura e la pastorizia sono la generale occupazione di questi paesani.

Vi è stabilito, come in tutti i paesi dell’isola, un consiglio di comunità, una giunta locale sul monte di Soccorso, che fu dotato di 1010 starelli cagl. (litr. 41692), e di lire sarde 1115. 6. 0 (fr. 2141.38), e che sì per gli scarsi raccolti, che per la poco esatta amministrazione è ridotto a star. cagl. 410 (litr. 19072), e lire sarde 431.11 (fr. 827.57). Avvi ancora la scuola normale, dove frequentano ordinariamente 36 fanciulli. Non vi è alcuna stazione militare. Il contingente per le milizie del Regno è di 36 individui tra cavalleria e fanteria. Per l’amministrazione della giustizia si ricorre a Ghilarza, dove è fissata la curia.

Comprendesi questo popolo nella diocesi d’Oristano. La chiesa parrocchiale è denominata da santa Caterina vergine e martire. Governasi da un parroco, che ha il titolo di rettore, il quale viene assistito nella cura delle anime da altri due sacerdoti. Vi è inoltre l’oratorio di san Martino dove uffizia la confraternita del Rosario, e le chiese di sant’Antonio, di santa Maria, e di santa Dorotea. Le più solenni feste vi si celebrano, una addì 4 agosto in onore di s. Domenico; l’altra addì 8 settembre per la Natività della santissima Vergine; e la terza addì 25 novembre per la memoria della titolare. Sono le medesime allegrate da pubblici divertimenti e spettacoli, da canti di improvvisatori, balli, corsa di barberi, e fuochi. L’ultima è abbellita da una fiera di tre giorni, alla quale intervengono negozianti da molte parti dell’isola. – Risulta dai libri di chiesa, che si celebrano all’anno per numero medio da 6 matrimoni, che all’incirca nascono 35, e muojono 20; che le famiglie sono 264, le anime 1030. L’ordinario corso della vita è al sessantesimo anno. Il cimiterio è al confine del paese contiguamente alla parrocchiale. In quanto spetta alla foggia del vestire, vedi Parte-Ocier-Reale, e nello stesso articolo, e in quello della Sardegna troverai spiegazione dei pubblici divertimenti.

Qui però non si tralascierà di dare un cenno di qualche consuetudine, e pregiudizio, che corre fra questi paesani. Siccome a ricordanza d’uomini non dimorò mai alcun medico in questo luogo, perciò abbondano i pregiudizi sulla origine, e causa delle malattie, e si praticano molte superstizioni, che non si ebbe cura di estirpare. La maggior parte dei morbi credonsi provenire da paura che siasi sentita, che eglino spiegano per la parola timorìa. Quindi spesso per una febbre, la cui cagione sia facile a riconoscersi, chiamasi un sacerdote, perchè reciti sull’ammalato l’evangelio. Che se egli affermi aver ricevuto realmente timore da qualche nota persona, ricorresi tosto alla medesima, onde avere un po’ di sua saliva in una tazza, che sciolta in brodo, vino od acqua si fa bevere, nella persuasione, che, se la febbre provenga da malefizio, debba immantinente cessare. Ad onta delle censure ecclesiastiche usasi ancora il piagnisteo delle prefiche, dette nel dialetto sardo attitadòras. Vedi art. Sardegna, § Costumanze. Nella celebrazione degli sponsali la sposa fa portare in una sottocoppa, od in piccol paniere un gran pane di fior di farina dipinto a zafferano, e infiorato, con una caraffa di vino alla chiesa, che dopo la sacra funzione donasi al prete. Il senso di questo rito è facile a cogliersi. La medesima manda poscia alle famiglie del proprio parentado, e di quel dello sposo un piccol pane di fior di farina dipinto esso pure, e con molt’arte fatto, in cui contraccambio riceve altri oggetti. Ritornando a casa dalla celebrazione delle nozze sentono i novelli sposi in mezzo a numeroso corteggio pioversi addosso il grano, che a grossi pugni gittasi tra le congratulazioni. È presso questo popolo in gran venerazione il compare di battesimo, e senza scandalosa colpa non può uno in verso dell’altro trascurare gli uffizi d’un distinto rispetto. Deve parimente curare uno le cose e gli interessi dell’altro non meno, che si trattasse di cosa propria.

Agricoltura. Può dirsi che fiorisca l’agricoltura in questo paese. Il territorio rassomiglia ad un trapezio, il quale tiene l’abitato alla parte di levante. La superficie non è meno di 14 miglia qu. È atto alla coltura del grano, orzo, fave, granone, lino, ecc. L’ordinaria fruttificazione è del 10 per uno. La terra si lavora con 106 gioghi, e si suole seminare starelli cagl. di grano 700 (litr. 34440), di orzo 500 (litr. 24600), di granone 10 (litr. 492), di fave 20 (litr. 984), di ceci 8 (litr. 393), di fagiuoli 4 (litr. 196). La ricolta del lino va a 1000 cantara (chil. 40650). Negli orti si coltivano specialmente i cavoli, e le cipolle. Nella parte meridionale del territorio frondeggia il vigneto, e produce in abbondanza; però i vini, sebbene potabili nell’inverno e nella primavera, facilmente s’inacidiscono ai calori estivi, il che nasce dalla pessima maniera di farli: ciò non ostante se ne vende non poco ai paesi vicini. Coltivansi nelle vigne molte specie di alberi fruttiferi, specialmente peri, fichi, albicocchi, mandorli, peschi, pomi, susini, aranci, limoni, noci, castagni, ciriegi, in numero totale di 2800 piante. Ai lati delle medesime coltivansi la rosa e la maggiorana, dei quali fiori i giovani vignajuoli amano nella primavera ornarsi, e fare omaggio alle belle. Tutti i terreni liberi sono chiusi. Le tanche sono destinate al seminamento del grano, o del-l’orzo, secondo la natura del suolo, e quando lasciansi in riposo vi si introduce il bestiame a pascolo. Si può calcolare che circa 7 miglia qu. siano chiuse. L’altra metà del territorio parte è selvosa, dove facilmente allignano le quercie e i soveri, come pure qualche olmo, e sorgiaga (celtis australis), e i peri selvatici, il lentisco, i corbezzoli, il prunastro, i bossoli, ecc.; parte è sterile, e solo vi vegetano i rovi, la felce (pteris aquilina), che reca non lieve danno ai seminati, e che la costanza dei contadini non giunge a sterpare. La ferula, l’asfodelo, ed altre piante odiose al buon coltivatore opprimono bene spesso i grani.

 
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