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L'infelice vita di Giovanna Visconti, ultima erede di Gallura

Martedì 20 Febbraio alle 12:05 - ultimo aggiornamento alle 14:10


"La principessa" di Pisanello

"Sei bella, sei famosa e ti sbavano dietro... cosa puoi volere di più dalla vita?". La frase, attribuita a Paris Hilton, descrive alla perfezione i requisiti necessari per entrare a far parte della speciale categoria femminile delle "ereditiere".

Donne avvenenti, figlie di uomini illustri, facoltosi e potenti, che - in virtù dei propri natali - possono godersi la vita come meglio credono, in attesa di vendemmiare i frutti delle fatiche paterne.

Donne invidiate e corteggiate, circondate dal lusso e abituate a stare sotto i riflettori.

Se solo sapesse, Paris, che non è sempre stato così.

Le ereditiere sono sempre esistite, certo. Ma la loro condizione, secoli fa, era molto diversa.

UNICA EREDE - Lo potrebbe testimoniare, se fosse ancora con noi, Giovanna Visconti, che si trovò a essere, a cavallo tra XIII e XIV secolo, l’unica erede dei domini della Gallura e della terza parte del Giudicato cagliaritano.

Anche lei, come da definizione, era bella, famosa e piena di pretendenti che le sbavavano dietro; eppure, alla domanda retorica "cosa puoi volere di più dalla vita?", avrebbe dato risposte davvero poco scontate.

La condizione di ereditiera, per lei, fu solamente fonte di guai. Di più: una sorta di maledizione che la costrinse a una vita grama, peregrina e sfortunata, quasi del tutto priva d’amore e del tutto priva di sicurezze. Al punto che, se avesse potuto, forse avrebbe rinunciato senza rimpianti alla sua nobiltà e ai diritti che portava in dote.

I giudicati sardi
I giudicati sardi

INTRIGO INTERNAZIONALE - Giovanna era figlia di Nino Visconti, ultimo rappresentante della dinastia pisana che dall’inizio del Duecento governava sulle terre galluresi, e di Beatrice, rampolla della nobile dinastia degli Este di Ferrara.

Nata nel 1291, era destinata a essere una principessa, servita, riverita, con un avvenire da fiaba. Unico problema: la Fortuna aveva per lei altri piani.

Quando Giovanna aveva all’incirca sei anni suo padre morì, senza figli maschi. La Gallura spettava dunque a lei. O, meglio, all’uomo che avrebbe un giorno sposato, visto che le donne, al tempo, contavano esclusivamente in quanto mogli, madri, figlie tutt’al più.

La cosa ovviamente non poteva andare giù a Pisa, che considerava la Sardegna un proprio territorio d’oltremare. Idem ai genovesi, che bramavano anch’essi le terre sarde. E poi c’erano Firenze e Lucca, che miravano a indebolire il potere dei nemici pisani e ingrassare il proprio. La morte di Nino, insomma, apriva ghiotti scenari.

Bonifacio VIII dipinto da Giotto
Bonifacio VIII dipinto da Giotto

Come se non bastasse, lo scontro tra guelfi e ghibellini era al culmine e il papa (e non uno qualunque, ma il potentissimo e odiatissimo Bonifacio VIII) aveva appena ceduto ufficialmente la Sardegna al re d’Aragona.

Una situazione aspra e complessa, in cui l’Isola, e la Gallura in particolare, faceva gola a molti.

Così, inevitabilmente, il matrimonio di Giovanna divenne una questione internazionale. E trovarle un partito il centro di intricate trame diplomatiche, dove si mischiavano interessi, rivalità, ambizioni, bramosia di potere.

L'incontro tra Dante e Nino Visconi in Purgatorio
L'incontro tra Dante e Nino Visconi in Purgatorio

A MILANO - Intanto, nel 1.300 spaccato, la pricipessa aveva già lasciato la Sardegna, per seguire sua madre in Lombardia.

Beatrice d’Este aveva infatti deciso di risposarsi con un altro Visconti, questa volta di Milano.

Una scelta che fece scalpore e che venne biasimata addirittura da Dante, che, ammiratore del “Nin gentil”, non rinunciò, nell’ottavo canto del Purgatorio, a lanciare strali contro la vedova che aveva deciso di tradire la memoria del Gallo di Gallura per unirsi alla Vipera che il milanese accampa.

Sia come sia, Beatrice e Giovanna - che aveva una decina d’anni - entrarono a MIlano da regine, portate in trionfo su un baldacchino fino al palazzo visconteo, dove le aspettava un banchetto con mille invitati e doni magnificenti, che proseguì per otto giorni filati, allietato da musici, cantori e saltimbanchi.

Beatrice d'Este
Beatrice d'Este

FOLLA DI PRETENDENTI - Fuori dalle mura ambrosiane, però, le trattative per accaparrarsi Giovanna e la sua eredità proseguivano convulse.

A tirare i fili erano il re d’Aragona e il marchese di Ferrara, Azzo VIII d’Este, zio della fanciulla.

E non appena Giovanna entrò nell’adolescenza, sbocciando come un fiore in tutta la sua bellezza, i pretendenti iniziarono a spuntare come funghi.

Saltò fuori prima Marco Visconti di Milano; poi Firenze e Lucca proposero Corradino dei Malaspina di Lunigiana, mentre i genovesi suggerirono uno dei figli di Bernabò Doria.

Non se ne fece nulla.

Ancora, per condurre all’altare la bella ereditiera si presentarono nobili d’Aragona, di Provenza, di Lombardia e di Napoli. Quindi uno dei marchesi di Saluzzo. E Giacomo d’Ayarbe, proposto dal sovrano aragonese. E, ancora, Fazio di Donoratico, nipote del conte Tedice (ipotesi che provocò malumori e persino sollevazioni popolari, soprattutto tra i pisani, al punto che il pretendente venne addirittura dissuaso a coltellate).

Giacomo II d'Aragona
Giacomo II d'Aragona

SUBITO VEDOVA - Nel 1309, invece, il colpo di scena: Giovanna finì per sposare un outsider. Ovvero, Rizzardo da Camino, signore di Treviso.

Un matrimonio infelice, che durò nemmeno 4 anni. Nel 1312, infatti, Rizzardo fu assassinato e Giovanna rimase vedova. Senza figli. Ereditiera senza eredi.

Punto a capo. Il circo dei pretendenti ricomincia: Opizzino Spinola? Fernando di Maiorca? Chi si prenderà ora la principessa che porta in dote la Gallura?

IN MISERIA A FIRENZE - E mentre re, nobili e notabili tornano a scornarsi per trovarle un nuovo consorte, mentre nelle terre galluresi i vicari viscontei sono minacciati da ogni parte dalle varie potenze pronte a spartirsi il bottino, la principessa si rifugia a Firenze, dove, quasi in povertà, si mantiene grazie a una rendita assegnatale dal Comune, in nome dell’antica amicizia con il padre.

Si è fatto oramai il 1323.

Giovanna ha superato i 30 anni. E inizia a capire che il sogno della vita principesca che le sarebbe spettata è tragicamente tramontato.

Oppressa dalle disillusioni, lontana dalla “sua” Sardegna, riuscirà a tirare avanti per altri dieci anni. Il tempo di vedere morire la madre (1334) e di restare lei stessa inferma.

LA FINE - Nel 1337, un’altra decisione che spiazza tutti: Giovanna fa testamento e cede i diritti sulla Gallura ad Azzone Visconti di Milano, il suo fratellastro. Poi, in sordina, in disgrazia, vedova e senza figli, la principessa bella, famosa e bramata da tutti, passa a miglior vita.

Azzone Visconti
Azzone Visconti

I diritti sulla Sardegna settentrionale restano ai Visconti di Milano, anche se solo formalmente.

Fino al 1447, quando, tirando le cuoia, l’epigono della dinastia del Biscione, Filippo Maria, li cede a sua volta alla corona d’Aragona. Il cerchio si chiude. Sui Visconti, di Pisa e di Milano, cala il sipario.

Resta solamente l’oblìo, unica eredità della bella e sfortunata Giovanna, ultima giudicessa di Gallura.

Luigi Barnaba Frigoli

(Unioneonline)

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