Cultura

La durezza delle regole sociali nell’Italia anni ’50 nel romanzo d’esordio di Anna Gariuolo

Martedì 02 Febbraio 2016 alle 10:12


L'autrice Anna Gariuolo

Calabria, primi anni Cinquanta del Novecento. Nicolina è una bambina di dieci anni che ama fare domande impertinenti. Per esempio vuole sapere perché se si è donna ci si debba per forza comportare in un certo modo e rinunciare a tutte le proprie aspirazioni per la famiglia o un marito. Non accetta risposte di comodo tipo che una cosa non si fa “perché non sta bene” ed è disposta a rischiare pure qualche schiaffo in più pur di non chinare sempre il capo di fronte alle consuetudini, alle leggi ataviche che da generazioni regolano la società e i rapporti tra figlie e genitori, tra uomini e donne.

Per Nicolina queste convenzioni prendono le sembianze di un mostro pronto a dilaniare chi non si conforma alla mentalità vigente, così come nella mitologia antica Scilla inghiottiva tanti naviganti che si avventuravano nelle acque tra Calabria e Sicilia.

Questo è il tema principale attorno al quale si sviluppano le vicende raccontate in Colei che dilania (Loescher, 2016, Euro 7,00, pp 90) romanzo breve con cui Anna Gariuolo ha vinto nel 2015 il premio di scrittura creativa Prime Penne. Giovanissima, classe 1997, l'autrice colpisce in questa sua opera prima per la maturità della scrittura, straordinariamente evocativa nel delineare il clima sociale, le atmosfere, i modi di vivere di un Calabria antica, quasi ancestrale. Atmosfere che di primo acchito sembrerebbero ben lontane dal vissuto di una giovane nata a cavallo del Terzo Millennio. Per questo ci viene naturale chiedere all’autrice perché ha scelto la Calabria degli anni Cinquanta come palcoscenico del suo romanzo:

La mia scelta non è stata dettata dalla volontà di raccontare quella specifica realtà storica o geografica. In realtà, una volta stabilito quali erano i temi che volevo trattare, i racconti di mia nonna- che è originaria del paese del romanzo- mi sono venuti in mente spontaneamente e ho deciso di sfruttarli. Molto di quello che racconto- forse troppo- è ispirato a fatti realmente avvenuti, ma non sono, secondo me, né la Calabria né gli anni cinquanta gli elementi importanti del libro, quanto piuttosto la mentalità che lo attraversa. Ecco, questo direi: che non desideravo raccontare un luogo e un tempo, ma una mentalità.

Chi è Nicolina per Anna Gariuolo? Chi rappresenta?

Nicolina per me rappresenta la ricerca di un senso. È questo ciò che fa per l’intero romanzo, da quel perché iniziale domandato quando era una bambina fino ai dubbi della sua adolescenza. In un mondo dove tutto è preordinato, lei mette in discussione ogni cosa. Era importante però per me che Nicolina non fosse un’eroina. Dietro le sue parole ci sono pur sempre io, una diciottenne che ha visto poco o nulla della vita: non potevo e non volevo che Nicolina trovasse le risposte ai suoi perché, né che vincesse le sue battaglie per cambiare lo stato opprimente in cui vivono lei e le sue sorelle. Le rivolte di Nicolina sono disordinate e non portano mai a nulla, proprio perché alla base non sa neanche lei contro cosa si ribella.

Però Nicolina a un certo punto identifica un avversario, un mostro che impedisce alle persone di realizzarsi e di essere pienamente se stesse…

Il mostro è la personificazione di una mentalità. Sono convinta personalmente che una mentalità sbagliata possa far male e far paura tanto quanto un mostro, che dilania e distrugge le vite delle persone. Ogni personaggio, nessuno escluso, nemmeno Nicolina, possono sfuggire al mostro.

Non è proprio possibile sfuggire al “mostro” che circonda la vita di ognuno di noi?

Come risposta istintiva direi subito di no. Guardando alla storia raccontata nel romanzo possiamo pensare che noi non siamo vittime del mostro perché gli atteggiamenti descritti nel libro non esistono quasi più, ma secondo me ogni generazione ha il suo mostro: regole sociali e comportamentali che rispettiamo senza sapere davvero perché e che spesso determinano il corso delle nostre vite. Sicuramente tra settant’anni i nostri nipoti guarderanno al nostro tempo e sorrideranno alle imposizioni della nostra società. Noi per adesso possiamo solo domandarci a ogni passo della nostra vita: “lo sto facendo perché lo voglio o perché è quello che ci si aspetta da me?”

Roberto Roveda

© Riproduzione riservata

Loading...
Caricamento in corso...