Cronaca

Ricercatori a caccia di terroristi (grazie alla tecnologia), l'Università di Cagliari in prima fila

Domenica 14 Maggio alle 12:25 - ultimo aggiornamento alle 13:18


Fabio Roli

Dopo Parigi, dopo Nizza, dopo Berlino, il mondo è cambiato. Concerti, partite di calcio, manifestazioni, aeroporti, mercati, grandi viali delle passeggiate, i luoghi dove si radunano tante persone, insomma, sono ad altissimo rischio. Terrorismo corpuscolare, lo chiamano. Bastano uno o pochi criminali, un folle solitario o un'organizzazione minima, per scatenare l'inferno. E proteggere i cittadini, garantire per quanto possibile la loro sicurezza nel rispetto dei diritti e delle libertà, è diventata una delle sfide più sentite.

IL PROGETTO - La Comunità europea sta investendo parecchie risorse sul tema, in particolare punta sul progetto Lets Crowd, che ha l'obiettivo di sviluppare software per monitorare i raduni di massa e prevenire gli attacchi. Il progetto è appena decollato, durerà tre anni, ha un budget di 3 milioni di euro, e coinvolge università, polizia, aziende private di diversi Paesi, tra i quali, in prima linea, un gruppo di ricercatori dell'ateneo di Cagliari, con Pra Lab, laboratorio (del dipartimento di Ingegneria elettrica ed elettronica) guidato da Fabio Roli, e la spin off universitaria Pluribus One.

"Cosa si deve fare prima, durante e dopo un evento? Usare la tecnologia", spiega il professore, che si occupa di sistemi di pattern recognition e computer vision.

Insieme con i colleghi Giorgio Fumera, Davide Ariu e Matteo Mauri, ha appena partecipato al meeting di avvio di Lets Crowd (che significa Law enforcement agencies human factor methods and toolkit for the security and protection of Crowds in mass gatherings ), a Valencia, nella sede dell'Etra Investigación y Desarrollo (l'ente coordinatore). "Abbiamo partecipato al bando della Commissione, finanziato nell'ambito del programma Horizon 2020, e il nostro consorzio ha vinto: parliamo di intelligence condivisa, di miglioramento delle procedure in sintonia con la rigida legislazione europea. Per dire, avevamo proposto anche l'utilizzo di droni sulle folle, ma le norme non lo consentono".

GLI STEP - Dunque, cosa si deve fare prima dell'evento? "Bisogna analizzare le informazioni che circolano sui social network, perché sappiamo che i contatti, i proclami, avvengono via Facebook, Twitter, eccetera", spiega Roli. "Oggi, diciamo così, le forze dell'ordine devono controllare tutto quanto 'a mano', noi forniremo un software che consente il monitoraggio attraverso i termini, il tipo di linguaggio, i profili. Qualcosa di simile a un motore di ricerca sofisticatissimo".

Secondo passaggio: la videosorveglianza. "Le telecamere sono più o meno presenti ovunque, ma lo svantaggio sta nel fatto che un operatore deve stare incollato allo schermo per riuscire a osservare tutto. Noi invece - grazie anche alla collaborazione di aziende specializzate che partecipano al progetto - possiamo installare sistemi che analizzano il comportamento delle folle, ad esempio, comprendere se c'è qualcosa di anomalo se un gruppetto di persone si stacca improvvisamente dal mucchio, dove si dirige, cosa succederà", aggiunge il professore. "Infine, costruiremo un software di analisi e gestione del rischio, cioè, dai segnali registrati, dai dati preventivi, le forze dell'ordine potranno organizzarsi meglio".

DOPO L'EVENTO - Il terzo step della lotta al terrorismo che il team internazionale sta mettendo a punto, riguarda il post-evento. "Ci hanno chiesto di creare uno strumento utile a individuare le persone nel caso sia accaduto qualcosa. Ora, la polizia a caccia di sospetti deve visionare ore e ore di filmati, un domani avrà un mezzo che recupera fotogrammi, ferma immagini catturate in base a indicazioni come il colore dei vestiti, o altri particolari".

Cristina Cossu

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