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Politica
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Mercato del lavoro, Monti vuole mobilità
Sul tema scontro tra Fornero e Passera

Dopo liberalizzazioni e semplificazioni, l'attenzione di Mario Monti si sposta sulla riforma del mercato del lavoro. Il modello che il presidente del Consiglio ha in mente è chiaro: rendere il sistema più competitivo, dando più protezioni al lavoratore in cambio di una maggiore mobilità.

Un obiettivo cui il premier, pur con cautela, accenna ai microfoni del Tg1. "Ci sono diverse esigenze, ma io credo che sia possibile" farlo, premette. A suo giudizio occorre in primo luogo creare maggiore occupazione e per riuscirci bisogna rendere le imprese più competitive. E ciò si può fare solo promuovendo la competitività. D'altra parte si deve anche lavorare non per attenuare la "protezione" dei lavoratori, ma per renderla "più equilibrata": il che significa una "protezione meno concentrata sul singolo posto di lavoro e più concentrata sul singolo lavoratore". Quindi, conclude, "con una esigenza di mobilità nel tempo". Il premier è consapevole della difficoltà che ha davanti, non solo per i paletti delle parti sociali e dei partiti (Cesare Damiano chiede più ammortizzatori e non flessibilità in uscita), ma anche per la delicatezza del tema. Che inizia a increspare le acque dentro lo stesso governo, come dimostra la stoccata rifilata da Elsa Fornero (più determinata a piegare i 'no'd ei sindacati) al collega Corrado Passera (che in merito ha una posizione più prudente). Eppure, Monti è convinto che una riforma sia possibile. "I negoziati - dice - è difficile che partano in discesa, ma sono certamente fiducioso". Un ottimismo motivato anche dal fatto che tutte le organizzazioni internazionali (dall'Ue alla Bce) chiedono da tempo riforme in questo campo. E Monti non intende deluderle. Perché se è vero che lo spread è in calo, la crisi - a suo giudizio - è lungi dall'essere finita. Basti pensare alle difficoltà a trovare un'intesa sulla ristrutturazione del debito greco; e senza un accordo, Atene potrebbe trascinare l'Eurozona nuovamente sull'orlo del baratro. Ma più in generale, l'Italia resta esposta ai capricci dei mercati, visto che nel solo mese di febbraio dovrà collocare 40 miliardi di titoli. Ecco perché palazzo Chigi evita i facili entusiasmi. Sul fronte europeo, inoltre, la partita è ancora lunga. Il vertice di lunedì a Bruxelles sarà solo "il primo tempo", conferma un ministro. L'Italia è riuscita ad evitare brutte sorprese nel nuovo trattato su una maggiore disciplina di bilancio (sul quale ha lavorato incessantemente il ministro Enzo Moavero) e ritiene di poter arrivare ad una dichiarazione congiunta sulla crescita che riprenda in gran parte le sue posizioni (più mercato unico, attenzione alle Pmi, competitività e occupazione giovanile). Se così fosse, spiega una fonte di governo, sarebbe un "successo" diplomatico perché significherebbe che le idee si sono tradotte in "contenuti". Ma la sfida più difficile verrà dopo, in marzo, sulle barriere da erigere in difesa dell'euro. Qualche timida apertura al potenziamento del fondo salva-stati sembra arrivare da Berlino, ma non è detto che basti: molti osservatori ritengono che per mettere al riparo paesi come Italia e Spagna serva un firewall da 1500mld. Una cifra colossale che nessun governo europeo, in questa fase recessiva, può permettersi. Ecco perché cruciale sembra essere il ruolo della Bce che, secondo molti osservatori, dovrebbe intervenire attraverso il Fondo con le sue 'illimitatè risorse. Ma per farlo, bisognerebbe affidare all'Esm le funzioni di una banca. Idea che piace (molto) all'Italia, anche se il governo non vuole presentarsi con soluzioni 'chiavi in manò per evitare di complicare il negoziato. Qualcosa per convincere Berlino, però, andrà fatto. E su questo fronte il Professore potrà contare su diversi alleati. Non solo in Europa, ma anche oltre Atlantico. "Gli Stati Uniti stanno apprezzando gli sforzi" dell'Italia, sottolinea non a caso Monti, che il 9 febbraio volerà da Barack Obama.

 
 
 
in collaborazione con Immobiliare.it
 
 
 
 
 
 
 
 
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