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Villaggio e la sessualità dei sardi
La volgarità sul dramma dell'occupazione

Villaggio e la sessualità dei sardi La volgarità sul dramma dell'occupazione Paolo Villaggio durante un'intervista a Porto Rotondo

di Manuela Arca

L'incontinenza dialettica di un comico vecchio, stanco e a corto di verve ironica inonda, offuscandola, la notizia. Quella vera che, invece, avrebbe dovuto governare gli interventi degli ospiti della trasmissione di Rai 3 "Brontolo": l'Italia non fa più figli perché le politiche sociali non incontrano i bisogni delle mamme. Di donne che chiedono legittimamente di trovare spazio nel mondo del lavoro, superando i pregiudizi che puzzano più delle infelici, rozze e anacronistiche battute sulla sessualità di chi abita una terra antica di pastori e di madri. Che la Sardegna, nella classifica nazionale, occupi l'ultimo posto per tasso di natalità - direttamente proporzionale a quello di occupazione - è il motivo principale per cui preoccuparsi, indignarsi e far fumare la collera. Gli stereotipi (in cui teste coronate e meno nobili ingegni sono spesso incappati), rischiano di distrarre rispetto alla ragione reale per cui noi sardi abbiamo il dovere e il diritto di far sentire la nostra voce alla Nazione e svegliarci indignati. Tutti i giorni. Perché le industrie che hanno violentato e avvelenato la terra di pastori di cui andiamo orgogliosi smobilitano lasciando, nelle campagne diventate deserto, la scia tossica e mortifera di speranze disilluse e patti traditi.

 
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