di Enrico Pilia
Chissà cosa pensereste se, sbarcando in un porto qualunque del Mediterraneo, o magari degli Stati Uniti, vi ritrovaste di fronte quattro bancarelle, un paio di bus non certo di ultima generazione, una banchina del secolo scorso e una lunga, appetitosa striscia di negozi chiusi e ristoranti dal conto pesante. Non basta un energico manager del porto, seppure cagliaritano doc. Non basta progettare un nuovo molo per le navi da crociera, perché sarebbe stato meglio realizzare il primo con la profondità giusta. Sembra quasi che il mercato delle crociere, con migliaia di persone che un paio di volte a settimana sbarcano direttamente in centro, non interessi più di tanto. Quanto è difficile coordinare gli sbarchi con l'associazione dei commercianti, per definire un calendario delle aperture?
Fra settembre e dicembre, abbiamo assistito a decine di arrivi di grandi navi proprio nei giorni in cui le serrande erano quasi tutte abbassate. D'accordo, le vetrine non possono essere l'unica attrattiva della città: Cagliari e le sue bellezze storiche, artistiche e naturali dovrebbero saper creare occupazione ed economia. Ma il commercio resta una delle fonti primarie di sostentamento di questa città. Il convegno di ieri, proprio al molo Ichnusa, ha chiarito che di fronte a un'emergenza annunciata - le compagnie delle crociere che puntano verso l'Asia - si cerca di lottare chiudendo nuovi accordi commerciali, penalizzati però dalle tasse di stazionamento sempre più alte che scoraggiano gli investitori. Insomma, la guerra per disegnare una città realmente turistica si combatte con le pistole ad acqua. Y mal unidos , peraltro.